Parola di Vita
 

2 Maggio 2021
V Domenica di Pasqua

 


Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”.


 

Rimanere

 

Io sono la vera vite….”Nella cultura ebraica la vite è una pianta familiare, che insieme al grano e all’olivo contrassegna la terra di Israele; è la pianta da cui si trae “il vino, che rallegra il cuore umano” (Sal 104,15). Proprio la vite era diventata l’immagine del popolo di Israele, della comunità del Signore: vite scelta, strappata all’Egitto e trapiantata (cf. Sal 80,9-12), coltivata con cura e amore dal Signore, che da essa attende frutti (cf. Is 5,4; Ger 2,21). Ecco che  Gesù, dichiarando di essere lui la vite vera, si definisce l’Israele autentico, piantato da Dio. Egli è la vite vera e Dio che è Padre, è il vignaiolo, colui che la coltiva. Gesù è la vigna che ricapitola in sé tutta la storia del popolo di Dio, assumendo i suoi peccati e le sue sofferenze. Gesù però è anche la vigna che è la chiesa di cui i credenti sono i tralci,  prolungamento di quel ceppo. Gesù spinge incessantemente la linfa verso l'ultimo tralcio, verso l'ultima gemma. C'è un amore che sale nel mondo, che circola lungo i ceppi di tutte le vigne, nei filari di tutte le esistenze, ma c’è la necessità di rimanere tralci della vite che Gesù è, di rimanere in Gesù facendo rimanere in noi le sue parole. Rimanere non è solo restare, dimorare, ma significa essere comunicanti in e con Gesù a tal punto da poter vivere, per la stessa linfa, di una stessa vita.
 “…e il Padre mio è l’agricoltore”. Il Padre vignaiolo, avendo cura di questa vite e desiderando che faccia frutti abbondanti, interviene non solo lavorando la terra ma anche con la potatura, operazione che il contadino fa d’inverno, quando la vite non ha foglie e sembra morta. Senza questa operazione la vite produce solo foglie,ma nessun frutto. Quando il contadino pota, allora la vite “piange” dove è tagliata, fino a quando la ferita guarisce e si cicatrizza. La potatura tanto necessaria è pur sempre un’operazione dolorosa per la vite, e molti tralci sono tagliati e gettati nel fuoco.Il Padre che ha a cuore che il tralcio porti più frutto, sa individuare quegli elementi nocivi, quelle impurità, quelle cose non necessarie che ci sono nel tralcio e rubano la vita, e lui provvede a eliminarli. Questa però Gesù sottolinea che è una operazione che fa solo il Padre, il vignaiolo, non noi ne gli altri. L’unica preoccupazione del tralcio è rimanere attaccato alla vite per portare frutto, tutti gli impedimenti a frutti abbondanti ci penserà il Padre “perché porti più frutto”. E’ la Parola che in noi compie questa purificazione, quella stessa parola di Gesù che non solo ci lava i piedi ma ci chiede la disponibilità poi di lavare a nostra volta i piedi agli altri. Quindi è questa parola, il messaggio di Gesù, un amore che si fa servizio, che rende pura la persona.
«Rimanete in me e io in voi». Questo rimanere è reciproco. Anche Lui rimane in noi, non solo noi in Lui. I tralci senza la vite non possono fare nulla perché non arriva la linfa, hanno bisogno della linfa per crescere e per dar frutto; ma anche l’albero, la vite ha bisogno dei tralci, perché i frutti non vengono attaccati all’albero, alla vite. È un bisogno reciproco, è un rimanere reciproco per dar frutto. Noi senza Gesù non possiamo fare nulla, come i tralci senza la vite. E senza di noi sembra che non possa fare nulla Lui, perché il frutto lo dà il tralcio, non l’albero, la vite. In questa intimità del “rimanere” che è feconda, il Padre e Gesù rimangono in me e io rimango in Loro. Tra la vite e i tralci c’è questo rimanere intimo. I tralci, noi, abbiamo bisogno della linfa, e la vite ha bisogno dei frutti, della testimonianza. Il  rimanere in Gesù diventa il vero criterio di giudizio della nostra vita. Rimanere indica anche una dipendenza che siamo chiamati ad accogliere perché l’uomo, proprio per come è fatto trova la sua consistenza nel liberarsi dalla illusione di una autonomia: senza di Lui non possiamo far nulla.

In questo è glorificato il Padre mio”. L’unica maniera per manifestare la gloria di Dio, la rivelazione del suo amore, è un amore che gli assomiglia, “Che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”. L’unica maniera per dar gloria a Dio è manifestare nella nostra vita un perdono, una misericordia, una condivisione che in qualche maniera gli assomiglino, una vita plasmata dal rimanere, che porta frutti dalla sua linfa.

 

 

 

 


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Parola di Vita

 

 


 

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